La competitività delle piccole e medie imprese italiane ostacolata da imposte e tasse troppo alte rispetto alla media Ue, logistica insufficiente e ritardi istituzionali.
Le piccole e medie imprese italiane sono motori fondamentali dell’economia nazionale. Ma la loro potenza non si esprime sempre al meglio. Colpa di molti lacci che spesso frenano la competitività. A individuarli ci ha pensato la Cgia di Mestre. Che ha stilato un decalogo degli ostacoli alla crescita. Bloccata da “costi diretti e indiretti rispetto alla media Ue” - spiega il segretario Giuseppe Bortolussi - soprattutto in materia di tasse, infrastrutture, giustizia civile, energia e pagamenti della Pubblica Amministrazione.
Imposte, tasse e tributi sono, senza sorprese, al primo posto, con una pressione pari al 29,1% del PIL. La media dell’Unione Europea si attesta invece al 24,6%. Riallinearsi, per le imprese, vorrebbe dire risparmiare 68,3 miliardi di euro l’anno. Ma anche il gettito fiscale richiesto alle imprese è tra i più alti d’Europa: il 17,4%.
Le inefficienze logistiche costano invece circa 40 miliardi di euro a tutto il sistema delle imprese. L’elenco, però, non si ferma qui: i ritardi, che siano nei pagamenti dovuti dalle PA o nella giustizia civile, incidono sull’efficienza delle imprese e sulla loro capacità produttiva e di innovazione. Rallentano il passo delle aziende, secondo la Cgia di Mestre, anche le tariffe energetiche, che fanno perdere 7 miliardi di euro all’anno rispetto al resto d’Europa.
Un bilancio che pone l’Italia al 46esimo posto nel mondo rispetto all’Indice di competitività globale, molto più indietro rispetto a Francia, Germania, e persino alla Spagna.
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